La city di Londra
La city di Londra

La Brexit comincia a spaventare coloro che i soldi li hanno per davvero, ossia le banche. Infatti i più grandi istituti di credito della Gran Bretagna  che hanno il loro quartiere generale nella City di Londra, stanno per trasferire le loro sedi. L’ha detto chiaramente tondo il capo della British Bankers Association, Anthony Browne, secondo cui gli istituti più grandi hanno costituito teams e si stanno preparando al trasloco nei primi mesi dell’anno prossimo, mentre quelli più piccoli potrebbero dire addio a Londra e dintorni già prima di Natale. Browne ha lanciato l’allarme dalle colonne dell’Observer, senza citare alcuna banca in particolare, ma spiegando che gli istituti non possono aspettare l’ultimo minuto per agire e sono quindi costretti a “pensare al peggio”, soprattutto perché “il dibattito pubblico e politico al momento ci sta portando nella direzione sbagliata”. Il problema non sta solo nel clima che si sta creando, con la decisa recente presa di posizione del presidente francese Francois Hollande nei confronti del premier britannico la signora May ma soprattutto in una questione tecnica, e cioè l’incertezza sul mantenimento o meno dei cosiddetti ‘diritti di passaporto’ per i membri del mercato unico, che finora hanno permesso alle banche basate nel Regno Unito di offrire servizi finanziari a società e persone nell’intera Unione europea senza alcun ostacolo. Se il segretario alla Brexit, David Davis, la scorsa settimana ha tentato di rassicurare il settore affermando di essere “determinato a ottenere il migliore accordo possibile per le banche”, la premier May non sarebbe propensa ad accordare uno status speciale per la City di Londra preferendo mantenere la priorità dei controlli alla libertà di movimento degli stranieri. Stando a calcoli della società di consulenza Oliver Wyman citata dall’agenzia Bloomberg, imporre restrizioni all’attività finanziaria porterebbe a una perdita dei ricavi per le società britanniche fino a 40 miliardi di sterline (circa 45 miliardi di euro) e mettere in pericolo 70mila posti di lavoro. Cosa che non può essere visto anche la libera circolazione di bene e capitali nell’ambito della UE che la Gran Bretagna ha voluto uscirne con il referendum che è costata la dimissione di Cameron dall’incarico governativo. Ma non solo:  sempre secondo Browne ci sono dei  rischi anche per il resto dell’Europa, perché le banche basate nel Regno Unito “mantengono a galla finanziariamente il continente” con prestiti per 1.100 miliardi di sterline: il rubinetto potrebbe i chiudersi. Per questo Browne ha messo in guardia i politici britannici ed europei che sembrano preferire obiettivi ‘dannosi’ per il commercio internazionale: devono rendersi conto, ha avvertito, che “innalzare barriere al commercio nei servizi finanziari oltremanica ci danneggerà tutti”.

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